Le origini…

Nuvkrinum

Secondo molte fonti antiche, la città di Nocera sarebbe stata fondata nel VI secolo a.C. dai Sarrasti. I Sarrasti erano gli abitanti della Valle del Sarno discendenti dai mitici Pelasgi. Questi provenienti dal Peloponneso si erano insediati in una valle spopolata della Campania meridionale che aveva ribattezzato “Sarno” o “Sarro” il fiume lì presente (in memoria del fiume Saron che scorreva nella madrepatria), autodenominandosi Sarrasti. Al di là dei miti e delle leggende la città nacque dall’unione di diversi villaggi sparsi nell’attuale Agro nocerino-sarnese, quindi, come insediamento etrusco intorno alla fine del VII secolo a.C.

Alla fine del VI secolo, per bloccare l’espansione greca verso settentrione che aveva interessato prima l’isola d’Ischia (Pithecusa) e l’entroterra poi (Cuma), iniziò la colonizzazione etrusca della Campania partendo dalla Valle del Sarno. Le popolazioni della Valle del Sarno si spostarono alcune verso il mare, fondando Pompei, altre verso l’entroterra dando vita a Nuvkrinum, letteralmente “nuova roccia”. Il luogo scelto per l’edificazione del sito, sotto l’attuale Nocera Superiore, era strategico: era un territorio che permetteva il controllo della fertilissima valle del Sarno e delle vie di comunicazione tra il golfo di Napoli e Salerno e che vedeva allo stesso tempo assicurarsi una sorta di difesa naturale dai rilievi circostanti (monti Lattari e monti Picentini).

Nuvkrinum nacque dunque alla fine del VI secolo – insieme a Capua, Nola, Pompei, Stabia, Fratte, ecc. – nell’ambito della dodecapoli etrusca, una sorta di confederazione formata da dodici città sorte per iniziativa del popolo etrusco nell’intento di bloccare l’espansione greca verso settentrione.

In alcuni siti della dodecapoli sono stati ritrovati oggetti riportanti iscrizioni in un alfabeto diverso, basato su quello greco e quello etrusco – legato alla composizione mista dei Sarrasti – noto come alfabeto nucerino perché la prima attestazione arriva da una necropoli di Pareti.

Nuvkrinum Alfaternum

Nel V secolo, gli etruschi abbandonarono la Campania in seguito alle sconfitte nelle guerre contro i greci (la decisiva avvenne a Cuma nel 474 aC). Nuvkrinum passa quindi ai Sanniti, popolo italico stanziato nel Sannio – corrispondente agli attuali territori della Campania settentrionale, dell’alta Puglia, di gran parte del Molise, del basso Abruzzo e dell’alta Lucania – cambiando nome in Nuvkrinum Alfaternum: a Nuvkrinum fu aggiunto Alfaternum dal nome della tribù sannitica degli Alfaterni, nome poi latinizzato in Nuceria Alfaterna, e grecizzato in Νουκερία.

Nuceria Alfaterna fu una delle più importanti città dell’antica Campania. La fertilità del suolo e del sottosuolo, da cui si estraeva il tufo grigio, favorirono l’agricoltura, il passaggio di importanti vie di comunicazione, quali la via Stabiana (verso Stabia), la via Nuceria da Pompei e la Via Popilia, tra Capua e Reggio, favorirono il commercio. Ricca, grazie appunto ad agricoltura e commercio, batté propria moneta (alcune attualmente conservate a Firenze e a Berlino) e fu a capo della Confederazione sannitica Meridionale che comprendeva Pompei, Ercolano, Stabia e Sorrento.

Durante la seconda guerra sannitica che vide i Sanniti contrapporsi a Roma nella Campania, Nuceria Alfaterna fu ostile ai Romani ma nel 308 a.C. fu costretta alla resa. Da allora, fu fedele a Roma. Nel 216 a.C. fu distrutta da Annibale proprio per la sua fedeltà ai Romani ma, a guerra finita, fu ricompensata da Roma con la completa ricostruzione “più grande e più bella di prima”.

Ricostruita dopo l’invasione di Annibale, fu costruita su pianta rettangolare con al centro una linea assiale che la divideva in due parti – 60 ettari e 60 ettari – alla fine della quale fu costruito il Teatro, il più grande della Campania con un diametro di 96 m (i cui resti possono essere ammirati a Nocera Superiore tra le aree di Pareti e Pucciano).

Nuceria Constantia

Probabilmente sotto Augusto, nel 42 a.C., la città divenne colonia come Nuceria Constantia, ma la città conservò fiera le sue origini, scrivendo e parlando anche greco, quale segno di distinzione culturale dell’epoca. Lo splendore che raggiunge la città è testimoniato da Cicerone, nel “De Lege Agraria”. Nuceria fu interessata certamente dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. provocando però più che altro panico e non furono i suoi effetti immediati a dare dei problemi ma i suoi effetti a lungo termine, come l’impoverimento della fertilità proverbiale dei suoi suoli e la scomparsa del vicino porto. La catastrofe successiva all’esplosione del Vesuvio del 79 d.C., la progressiva decadenza dei centri interni dell’Italia meridionale e della Campania nel II-III secolo d.C., contribuirono ad un lento declino del centro.

Intanto la religione cristiana aveva attecchito nella città infatti fu sede vescovile già dal III secolo d.C. Il primo vescovo fu San Prisco, le cui reliquie sono custodite nella Basilica Cattedrale a lui dedicata, nel quartiere Vescovado di Nocera Inferiore. La comunità cristiana nucerina dovette essere subito forte, come testimonia una curiosa scoperta del Bonucci a Portaromana: degli idoli pagani cautamente nascosti sotto il pavimento di un edificio di età imperiale testimoniano che erano gli adepti dell’antica religione ad aver paura dei cristiani.

Nuceria bizantina, dalla caduta dell’Impero alla prima fondazione del Castello del Parco

Il 476 d.C. viene formalmente riconosciuto come data del crollo dell’Impero Romano d’Occidente quando Odoacre, capo delle milizie germaniche, depose l’ultimo imperatore dell’area occidentale, Romolo Augusto, proclamandosi re. Negli anni a venire in Italia si susseguirono dominazioni di origine straniera che catapultarono la penisola in uno stato di profonda crisi. Sopravvisse la parte orientale dell’Impero conservando a lungo potenza e splendore, che avrà fine solo nel 1453 con la conquista Turca di Costantinopoli.

Nel 527 d.C. fu eletto capo dell’Impero romano d’Oriente (Impero bizantino) il macedone Giustiniano I. Uno dei più grandi sovrani di età alto-medioevale, “ultimo grande imperatore romano”, Giustiniano ebbe l’ambizione di ricostruire l’Impero su base cristiana. Iniziò così un’operazione di riconquista del Mediterraneo. Valendosi di eccellenti generali, Belisario e Narsete, Giustiniano riconquistò Africa settentrionale, Sardegna, isole Baleari e Spagna meridionale; più difficile e lunga fu la riconquista dell’Italia occupata dagli Ostrogoti. La spedizione, conosciuta come guerra greco-gotica, durò per ben 18 anni (535-553 d.C.) e seminò stragi e carestie.

La guerra, che contrappose l’Impero bizantino agli Ostrogoti per la contesa di parte dei territori che fino al secolo precedente erano parte dell’Impero romano d’Occidente, si concluse con la completa vittoria dei Bizantini nel 553 d.C. con la battaglia di Nocera, dove le truppe di Narsete sedarono un’ultima riscossa Ostrogota sotto il comando di Teia. Nuceria Alfaterna finì così in mano bizantina.

Ovunque nella penisola la lunga guerra aveva provocato vaste distruzioni, spopolato le città ed impoverito le popolazioni, ulteriormente flagellate da un’epidemia di peste e carestia. Cosa che accadde anche per Nuceria Alfaterna, che vide il ceto dirigente spostarsi verso la Costiera Amalfitana, dov’erano situate le loro ville marittime. Tuttavia i Bizantini si impegnarono per una ripresa della città, come testimonia la costruzione, nel VI secolo d.C., dello splendido Battistero paleocristiano di Nocera Superiore.

L’occupazione da parte dei Bizantini si rivelò effimera visto che già dal 568 le forze dei Longobardi iniziarono a calare nella penisola, occupandone vasti tratti anche grazie alla debolezza dei difensori. I neonati domini longobardi in Italia settentrionale presero così il nome di Longobardia Maior, con capitale Pavia, mentre furono chiamati Longobardia Minor quelli meridionali, costituiti dai ducati di Spoleto e Benevento, indipendenti dai primi.

La progressiva conquista dei Longobardi dell’agro nocerino, con le mura della città che avevano ormai perso funzione difensiva, comportò il definitivo svuotamento della città. Gli altri senatori si mossero verso la Costiera Amalfitana, gli abitanti, cercando luoghi più sicuri, si rifugiarono in un nucleo difensivo sulla collina attorno cui si svilupperà poi il nuovo borgo. Cacciati i Bizantini, Nuceria divenne così longobarda.

Nuceria, spostata rispetto alla Nuceria Alfaterna, rinacque sulla collina e da questo momento la storia di Nocera si intreccerà con la storia della collina e del Castello.

Nuceria longobarda e le origini del Castello

Con la fondazione del Principato longobardo di Salerno (nato dalla frammentazione del Ducato di Benevento nel 851 d.C. in Principato di Benevento e Principato di Salerno), la città di Nocera a partire dalla metà del IX secolo diventò un suo organismo urbano di spicco, come Sarno, Amalfi ed Eboli. Comprendeva vari casali, tra cui i più popolosi e importanti erano il Borgo, posto alle pendici della collina, San Matteo (con la chiesa del X secolo, più volte restaurata), lungo la direttrice viaria antica Nocera-Pompei – l’attuale corso Vittorio Emanuele, principale strada cittadina nell’Ottocento, dove sono stati rinvenuti resti della via e di un tempio di età romana – e il Vescovado, sede della cattedra vescovile, ai piedi del Monte Albino.

Secondo quanto riportano le fonti, i principi salernitani utilizzarono il “castello” come luogo sicuro e assolutamente inespugnabile. Il castello ospitò in quegli anni dei rappresentanti del palazzo centrale: seniores, defensores, cioè uomini d’arme, e comites, conti nominati con il compito di vigilare e dettare legge sui cittadini nocerini sparsi sul territorio. Tuttavia, nella sua prima fase di vita il castello nocerino era costituito da una struttura semplice, cioè una torre con un piccolo recinto ottenuto in seguito alla spianata del vertice della collina.

Purtroppo, sull’origine della struttura mancano dati archeologici. Essendo già presente al momento dello svuotamento di Nuceria Alfaterna in quanto la popolazione si spostò verso esso, possiamo ritenere che sia coevo con il castello di Salerno e dunque di età bizantina – l’origine bizantina del castello di Salerno è stata affermata dal professore Peduto, dopo gli scavi, quando Arechi ancora non era arrivato a Salerno – tesi avvalorata dal fatto che sappiamo che i Bizantini si adoperarono per Nuceria.

Il primo dato storico del castello risale al 984 d.C. nel Codice Diplomatico Cavese che ne parla come di “Firmitate noba Nucerina de ipsum Monticellum”  – nuova fortezza di Nocera del Monticello.

Dunque, il “castello” era utilizzato come fortezza della rinata Nuceria, borgo difeso da un sistema a tripla cinta muraria – la prima intorno al castello-fortezza, la seconda al centro della collina, la terza a difesa dell’insediamento alle sue falde.

In breve tempo, però, essendo “terra assai fertile” come ci racconta Teodorico di Nieheim, la nuova Nuceria vide lo sviluppo di una vera e propria Civitas Nuceriae. Rinvenimenti di platee, case fabrite, orti e di numerose chiese all’interno del castrum – indicate anche nelle fonti scritte – forniscono indizi su come fosse già sviluppato, in età longobarda, l’abitato all’interno delle mura. La necessità di rispondere all’esigenza di culto della popolazione castellana è evidente nella porzione di abside affrescata, rinvenuta sotto la torre di età sveva, che verosimilmente doveva essere parte di un più antico complesso religioso, una chiesa, che fu poi obliterata dalla costruzione della torre mastio.

Le poche tracce superstiti dell’affresco si riferiscono a tre santi, di cui due aureole presentano iscrizioni, una figura riconducibile a S. Andrea e l’altra a S. Giovanni. Per la terza figura, invece, è stato necessario effettuare dei confronti iconografici dai quali si evince che si tratti di S. Pietro. Il parallelo della scena nocerina, così come l’ha proposto la studiosa R. Fiorillo, è il registro inferiore del “Giudizio universale” della controfacciata della Chiesa di S. Angelo in Formis a Capua.

In effetti non bisogna dimenticare che Nocera nel 1086 fu di Giordano I Drengot, principe capuano parente del Guiscardo, molto accreditato presso l’abate Desiderio, lo stesso che divenne Papa, il quale promosse la ricostruzione della basilica capuana e gli affreschi prima citati di scuola bizantino-campana.

Nuceria longobardo-normanna e gli assedi al castello

Nel XI secolo giunsero nell’Italia meridionale i cavalieri normanni, figli cadetti delle famiglie feudali del ducato di Normandia a cui però non spettò l’eredità paterna perché riservata ai primogeniti, che inizialmente si posero al servizio dei Longobardi. Giunti quindi anche nella Nuceria longobarda, il Principato di Salerno provvide a dividere il territorio dandolo in concessione alla famiglia normanna dei Filangieri e alla famiglia Pagano, sancendo la nascita nell’Agro dei primi feudi.

Con il passare degli anni, però, i Normanni, sotto la guida di Roberto il Guiscardo, affermarono sempre di più la loro presenza fino a sancire la caduta del Principato di Benevento nel 1053 e di quello di Salerno nel 1076. Intanto Ruggero d’Altavilla, fratello del Guiscardo, sbarcato a Messina, aveva strappato la Sicilia agli Arabi. Dunque, verso la fine del secolo 1000, i Normanni controllavano il territorio dell’Italia meridionale, peninsulare ed insulare.

Morto Ruggero ed estintasi la discendenza del Guiscardo, tutti i possedimenti normanni in Italia furono ereditati e riuniti da Ruggero II d’Altavilla. Fieri oppositori di Ruggero II furono il principe di Capua Roberto II e il conte Rainulfo di Alife – suffeudatario di Roberto II. All’epoca dei fatti, Nocera era parte del Principato normanno di Capua e il castello era una delle residenze dei principi capuani. Pertanto, essendo una delle piazzaforte del Principato di Capua, il borgo nocerino e il castello furono assediati dalle truppe regie nel 1132, contro Roberto II e i suoi fedelissimi, nell’ambito della lotta tra Normanni.

L’assedio si risolse nella cosiddetta “Battaglia di Nocera” con la vittoria delle truppe ribelli. Lo scontro sarà ricordato dalle cronache come una delle due maggiori sconfitte subite da Ruggero II durante il suo regno. Nonostante l’eroica resistenza due anni più tardi, nel 1134, le truppe di Rainulfo furono costrette alla resa. Con Ruggiero II il castello di Nocera subisce quindi due assedi: il primo assedio nel 1132 e il secondo assedio nel 1134.

Secondo Giordano Orlando, storico nocerino, Nocera fu distrutta da Ruggiero II al suo arrivo ma non è così, la verità storica è che Nocera è stata distrutta una sola volta, da Annibale. Piuttosto, il castello fu assediato e colpito dalle pietre lanciate con le catapulte. Ruggiero, parente dei Filangieri, distrugge il castello perchè riteneva che gli eredi di Giordano Filangieri lo avessero tradito. La campagna di conquista di Ruggiero II, partita dalla Sicilia, si concluse con l’annessione del meridione al Regno di Sicilia. A quel punto, quindi, il feudo nocerino rientrò nel Regno di Sicilia.

Verso la fine del XII secolo, di fronte al un vuoto di successione diretta nella reggenza del Regno, vi fu un ennesimo conflitto che finì per coinvolgere anche il territorio nocerino. Alla morte di Guglielmo II (1189), il conte Tancredi di Lecce, ultimo ma illegittimo discendente maschio della famiglia Altavilla, si arrogò la reggenza.

Enrico VI di Hohenstaufen (Svevia), in virtù del suo matrimonio con Costanza d’Altavilla – figlia di Ruggero II d’Altavilla, rivendicò per sé il trono di Sicilia. Si contrapposero così per la successione del Regno di Sicilia e Nocera, che appoggiava insieme a Salerno la successione di Tancredi, subì un terzo assedio nel 1195 da parte degli Svevi.

Attraverso una facile e veloce conquista, Enrico VI divenne reggente del Regno di Sicilia che passò quindi in mani sveve (la dinastia è comunque normanno-sveva visto che la moglie di Enrico VI era la figlia del re normanno, ecco perché si parlerà di torre normanno-sveva).

Nuceria in epoca sveva e la torre mastio o Donjon

Nella fase sveva del Regno di Sicilia, Nocera, nota nei codici dell’Abbazia di Cava come Nuceria Christianorum per distinguerla dalla Nuceria saracena di Puglia, conobbe lo sviluppo di nuovi borghi.

Anche per il castello, tale fase fu positiva. In particolare, con Federico II di Svevia (figlio di Enrico VI), si apre per il castello una nuova era: fu affidato prima ad Ottone di Barchister e poi a Riccardo Filangieri, falconiere reale, maresciallo e supremo comandante di guerra, il quale aveva combattuto per il re in Terrasanta ed ebbe in feudo Nocera.

Riccardo Filangieri nutriva un amore particolare per la collina – dove poteva dedicarsi tranquillamente alla falconeria – e pertanto si impegnò nella sua tutela. Fu realizzata la torre normanno-sveva, attuale cuore del complesso, costruita con una forma pentagonale per fare in modo che in caso di attacchi i sassi lanciati non la rompessero e che anzi gli angoli potessero frantumarli. Ai quattro lati della zona militare c’erano altre quattro torri che formavano una quarta cinta e un’ulteriore barriera difensiva.

Nuceria in epoca angioina, “Sala dei giganti” e residenze

Fu però nella fase angioina del Regno che il castello conobbe massimo utilizzo e piena espansione.

Il Regno di Sicilia nel 1266 fu conquistato da Carlo D’Angiò, figlio del re di Francia, sconfiggendo a Benevento l’ultimo re svevo, Manfredi di Sicilia (perse nel 1282 la parte siciliana del Regno in seguito ai Vespri Siciliani, rimanendo peraltro re di Napoli fino alla morte). La vedova di Manfredi, Elena degli Angeli, fu fatta prigioniera fino alla morte (1271) e le prigioni furono proprio le stanze del castello.

Nello stesso anno in cui arrivò Elena degli Angeli, al castello arrivò anche la moglie di Carlo D’Angiò, Beatrice di Provenza, malata e gravida, forse per la salubre aria di collina. Dunque, nel 1266 due regine hanno convissuto al castello per sei mesi, fino alla morte di Beatrice e del suo bambino.

Alla regina angioina fu riservata la parte migliore del castello – nella parte sottostante il Belvedere – all’altra la periferia: Beatrice fu sistemata negli ambienti non troppo lontani dalla torre, per protezione. Elena invece andò con molta probabilità a Sud-Est, in stanza abbastanza decenti.

Questo fatto si pone a testimonianza, oltre che della valenza storico del sito, della grandezza della struttura. Il castello doveva essere già a metà del XII secolo abbastanza ampio da ospitare due regine contemporaneamente. Infatti, come risulta da quattro documenti di spesa, alla regina prigioniera furono comunque concesse damigelle di compagnia e servito, il che fa aumentare la disponibilità nel castello di stanze, anche se piccole.

Inoltre, in un documento della fine del 1271 vengono rassegnati gli oggetti di Elena: una caraffa, scodelle e bacini, un candelabro, tutto d’argento; una conca dipinta, due scrigni rossi e uno d’avorio e due drappi di finissimo lino, uno rosso con borchie dorato l’altro con 33 zaffiri orientali, c’era anche una sedia e una sella d’argento munita di campanella, particolare che ha fatto supporre che le fosse consentito cavalcare nel Parco per ammirarne la natura.

Il castello fu meta anche dello stesso re, Carlo I d’Angiò, che amava trascorrere il suo tempo in quel luogo per la possibilità di avere un’aria naturale non corrotta. Pertanto, il castello innanzitutto fu dotato di un castellano, di un concierge – portiere di palazzo – di servienti e di un cappellano, dopodiché fu ampliato facendo realizzare alcuni ambienti di carattere residenziale che diedero alla struttura la forma di un vero e proprio palazzo.

Fu quindi in epoca angioina che il castello assunse una veste residenziale. La maggior parte delle rovine che oggi ammiriamo afferiscono alla fase angioina – il castello vero e proprio è al di sotto del Palazzo.

La “Sala dei giganti”, all’epoca, era un enorme salone costruito con pietra calcarea che in origine doveva essere coperto da un tetto a doppio spiovente. Lungo la parete occidentale della sala sono ancora presenti una bifora – lacunosa della colonnina centrale – e tre grandi finestre – di cui una trilobata, composta da una bifora con monofora superiore, completamente realizzata in tufo e miracolosamente conservatasi perché murata durante il XVII secolo – lungo la parete orientale.

Di altre due finestre resta solo la cornice esterna in tufo. Alle spalle di questa sala si diramano altri ambienti che costituirebbero le residenze essendo visibili i camini (a quel tempo solo personaggi di alto rango potevano essere i destinatari di un riscaldamento diretto).

Sempre relativa all’era angioina è la Cavallerizza Reale, situata ad un livello inferiore e costituita da un grande ambiente diviso in campate e coperto da ampie volte a botte.

Altra figura che doma lustro alla storia del castello, pur non essendo un re, è Carlo Martello d’Angiò.

Il passaggio di Carlo Martello è importante per il castello e per la stessa Nocera per diverse ragioni.

Figlio di Carlo II d’Angiò, l’erede al trono crebbe al castello e nulla fa escludere che ciò avvenne anche per il fratello, Ludovico D’Angiò.

Attraverso Carlo Martello d’Angiò si può quindi ipotizzare il passaggio al castello anche di San Ludovico, pur se mancano documenti certi che lo attestino.

Carlo Martello al tempo spostato con Clemenza d’Asburgo – a cui donò il castello stesso che tanto amava nel 1292 come regalo di nozze dopo che gli fu conferito dal padre – figlia del re d’Austria. Ogniqualvolta Clemenza d’Asburgo si recava al castello portava a Nuceria la sua corte, tra cui i pittori che hanno dipinto il Monastero di Sant’Anna dove ritroviamo motivi tirolesi – legati quindi al passaggio di Clemenza e della sua corte.

Infine, alla figura di Carlo Martello d’Angiò è ricondotta quella di Dante Alighieri che si suppone abbia fatto tappa a Nocera. Nel 1294 Carlo Martello si recò a Firenze per incontrare i genitori che rientravano dalla Francia. In quella occasione, per accoglierlo con tutti gli onori del caso, la città toscana inviò una delegazione della quale pare facesse parte anche Dante Alighieri. In ogni caso appare quasi certo che il Sommo Poeta e il giovane principe angioino abbiano avuto modo di conoscersi di persona ed apprezzarsi vicendevolmente, anche per il fatto di condividere gli stessi gusti letterari, tant’è che Dante dedica a Carlo Martello d’Angiò un lungo brano della Divina Commedia (Paradiso VIII 31-148 e Paradiso IX 1-12) che racconta l’intenso incontro che il poeta immagina di avere con l’anima del principe nel III cielo (Cielo di Venere) del Paradiso.

Aneddoti che permettono di ipotizzare anche il passaggio di Dante al Castello del Parco.

Nuceria verso il declino ed i nuovi assedi al castello

Il XIV secolo fu un secolo duro per Nocera e il castello, come del resto per il resto dell’Italia, dove le lotte per la supremazia cittadina si erano ormai diffuse e si sommavano ai problemi legati alle lotte per la rivendicazione della successione al trono del Regno di Napoli.

Nel 1309, Carlo II d’Angiò muore. Carlo Martello d’Angiò, erede al trono, era morto di peste nel 1295, così come la moglie Clemenza d’Asburgo. La corona del regno spettava per successione a Ludovico D’Angiò che però dopo il diaconato rinunciò al trono. Divenne perciò re di Napoli il fratello di Ludovico d’Angiò, Roberto I.

Nocera, nel 1316, divenne d’investitura del figlio del re, Carlo duca di Calabria, e il castello passò alle sue mogli: prima a Caterina d’Austria e poi a Maria Valois.

Morto Roberto, nel 1343, il Regno di Napoli passò a Giovanna d’Angiò e per Nocera, la reggenza di Giovanna I significò un’ulteriore cessione e un nuovo assedio.

Infatti la regina Giovanna I cedette la città e il castello al gran siniscalco del regno, forse suo amante, il fiorentino Niccolò Acciaiuoli. Fu proprio Niccolò Acciaiuoli che nel 1362 ospitò al castello Giovanni Boccaccio – come dice lui stesso nella epistola 2 – il quale sembra rimase deluso dal trattamento ricevuto.

Si racconta infatti che, giunto al castello, il poeta non fu riconosciuto e perciò non ricevette la giusta accoglienza e se ne lamentò. Ma oltre il soggiorno di Boccaccio, verso la metà del XIII secolo, il castello visse l’ennesimo assedio – almeno il quarto tra quelli più importanti.

La regina era stata sospettata dell’assassinio del marito scatenando la reazione del cognato, Luigi d’Ungheria, il quale invase il regno con l’intento di sottrarlo a Giovanna I e rivendicare il fratello defunto. Seguì una battaglia di cui ne risentì il castello di Nocera, assediato e espugnato dagli Ungari.

Nel 1381, la regina fu deposta da Carlo di Durazzo – suo erede – sulla scia dello Scisma d’Occidente ed in tale vicenda fu nuovamente coinvolto il castello di Nocera. Da una parte la regina che appoggiava l’antipapa Clemente VII mentre dall’altra Carlo di Durazzo sosteneva il Papa Urbano VI.

Nell’aprile del 1380 il papa dichiarò Giovanna eretica e scismatica e la depose dal trono, mentre nominò Carlo di Durazzo re di Napoli. A quel punto, il nuovo re di Napoli si mosse contro Giovanna che tentò la difesa ma fu fatta prigioniera e condotta proprio al castello di Nocera (1382).

Qui Boccaccio erroneamente crede che la regina fosse morta. Nella realtà la regina fu trasferita dal maniero nocerino al castello di Muro Lucano dove perse la vita il 12 maggio di quello stesso anno, uccisa per ordine dello stesso Carlo di Durazzo.

Dopo il periodo di Giovanna I, il castello di Nocera conobbe un nuovo utilizzo, fu sede papale, e ciò gli costò il quinto assedio. Carlo di Durazzo intanto aveva ricevuto l’investitura a re di Napoli dal papa Urbano VI. Ma fu in seguito che i rapporti tra Papa e re si incrinarono, poiché il re sembrava intenzionato a non voler mantenere fede alla promessa di concedere i feudi stabiliti a Francesco Prignano, nipote di Urbano VI.

Carlo di Durazzo resistette alle pretese di Papa Urbano VI, il quale trovò rifugio nel castello di Nocera. Il Papa riuscì a conquistarsi l’appoggio del popolo, che si diede al saccheggio e all’assassinio di tutti i suoi presunti nemici. La rivolta durò pochi giorni in quanto arrivarono a Nocera le truppe regie che occuparono la città e posero l’assedio al castello.

L’assedio durò oltre sette mesi, durante i quali il Papa rifiutò qualunque proposta di accordo e affacciandosi quotidianamente alle finestre del castello, lanciava scomuniche sugli assedianti e invitava i buoni cristiani nocerini a combattere per lui e per la chiesa. Mentre era assediato furono i suoi stessi cardinali che pensarono di deporlo: avrebbero attirato il papa nel convento di San Francesco, ai piedi della collina, lì l’avrebbero processato, dichiarato eretico e condannato al rogo, eseguendo immediatamente la sentenza.

La congiura dei cardinali partì il 13 gennaio 1385, ma il Papa fu avvertito dal cardinale Tommaso Orsini e quando i congiurati giunsero al castello, furono arrestati, interrogati (usando anche la tortura) e quindi deposti.

Nel frattempo, le truppe di Carlo III di Durazzo riuscirono a superare la prima e la seconda cerchia di mura della collina e a penetrare nella rocca, dove solo il nucleo centrale della fortificazione resisteva ancora. Quando ormai era chiusa ogni via di scampo, sopraggiunsero in aiuto del papa le truppe del conte di Nola che ruppero l’assedio e portarono in salvo Urbano VI con tutta la corte.

Ducato di Nocera ed progressivo disuso del Castello

Durante il XV secolo si ebbe il passaggio nella reggenza del Regno di Napoli dalla dinastia angioina alla dinastia aragonese ed il suo consolidamento (da Alfonso il Magnanimo).

Gli Aragonesi gestirono il regno concentrandosi essenzialmente sulla capitale, la quale sarebbe dovuta fungere da “specchio per le allodole”. Pertanto, la città di Nocera, come altri comuni, perse l’importanza di cui aveva goduto nel tempo e la struttura del castello andò lentamente in disuso.

Fu nel XVI secolo che il castello trovò un nuovo utilizzo. Nel 1521, Nuceria fu acquista da Tiberio Carafa, per 50.000 ducati, e la dinastia da lui fondata la tenne sino al 1648. Il duca di Nocera trasformò parte della collina in un grande parco per la caccia ai cervi ed utilizzava il castello come residenza ducale. Tale uso perdurò fino alla costruzione da parte di Ferdinando I Carafa del fastoso Palazzo ducale ai piedi della collina, dove oggi sorge l’ex caserma Tofano.

Dopo i Carafa (1648), la città tornò nel regio demanio e il castello, gradualmente abbandonato, andò decadendo.

La frammentazione di Nocera de’ Pagani

Il XVII e XVIII furono secoli assai difficili e funestati da guerre, pestilenze, eruzioni vesuviane, terremoti, alluvioni, a cui però gli abitanti nocerini seppero sempre reagire con grande vitalità. Il territorio cittadino della “nobilissima et illustrissimaNocera de’ Pagani era ben più ampio di quello attuale e l’estensione della città ne rendeva difficile il governo.

Fu perciò elaborato un sistema amministrativo comunale senza pari nel regno: ogni casale eleggeva i suoi “sindaci particolari“, che avevano il dovere di eleggere il “sindaco universale” della città. Inutile fu la riforma. Perciò, nel 1806, la riforma amministrativa di Giuseppe Bonaparte spezzò l’unità del territorio e da Nocera de’ Pagani nacquero i Comuni di Nocera San Matteo, Nocera Corpo, Pagani, Sant’Egidio del Monte AlbinoCorbara.

Le due Nocera si riunirono solo nel 1834 ma nel 1851 vi fu la scissione definitiva in Nocera Inferiore e Nocera SuperioreNocera fu divisa per le pressioni di alcuni latifondisti napoletani, che poterono, grazie alle nuovi entità comunali, sottrarre delle terre al demanio.

Tutto iniziò nel 1848, quando vennero aperti i demani per aiutare la popolazione, a qual punto il sindaco si accorse i latifondisti avevano già superato il demanio per cui iniziò il processo. Tuttavia, i latifondisti riuscirono ad influenzare i cittadini per cui re Ferdinando I ne concesse la divisione.

La Cappella De Guidobaldi e il Palazzo Fienga

Il periodo della frammentazione del territorio di Nocera corrisponde anche al ritorno in auge del castello. Dopo circa due secoli di abbandono da parte dei precedenti proprietari, nel 1840 fu acquistato dai fratelli Domenico e Francesco De Guidobaldi, baroni provenienti da Nereto (Abruzzo) a causa di nuovi legami di parentela con dei nobili napoletani.

Domenico, grande studioso, archeologo, storico e filologo dell’epoca venne a sapere dell’esistenza di questo sontuoso complesso archeologico situato sulla cima della Collina del Parco e ne divenne ben presto il proprietario.

Domenico de Guidobaldi era molto affascinato dal complesso archeologico ricco di storia, tant’è che definì i nocerini come delle  “sanguisughe ignoranti” per aver lasciato abbandonata la struttura.

Gli anni sotto la guida de Guidobaldi rappresentano per il castello un periodo di grande dinamismo culturale: in particolare, furono condotti alcuni scavi archeologici dallo storico che portarono al rinvenimento di molti reperti storici tra i quali un sigillo recante il nome di Papa Urbano VI presso la torre mastio.

Domenico de Guidobaldi nei suoi manoscritti sottolineò l’assenza di chiese o cappelle tra le rovine. Infatti risale al 1850 la Cappella con cupola dedicata a “Nostra Signora di Mater Domini“, edificata dal barone Francesco per un voto alla Madonna. Altra azione importante da ricondurre ai De Guidobaldi fu la pulizia dei vari sentieri della collina che scendevano fin giù al Borgo.

Il castello appartenne ai baroni abruzzesi fino alla morte di Domenico, nel 1902, all’età di 91 anni. Nello stesso anno il maniero passò in mano alla famiglia Fienga, imprenditori di origini scafatesi, i quali acquisirono prima gli oliveti ai piedi della collina e man mano tutto il complesso. Ai Fienga si deve la costruzione del moderno palazzo a pianta rettangolare costruito su alcuni resti dell’antico castello.

Sempre alla famiglia Fienga va ricondotto un altro elemento importante circa la storia del castello: data la loro passione per il collezionismo, instaurarono un museo in un’ala del palazzo che arrivò ad accumulare circa 3000 reperti di epoca romana.

Della così detta collezione del Fienga, alcuni pezzi restano depositati nel museo di Paestum, altri, insieme a molto di ciò che si trovava nell’intera struttura, sono stati saccheggiati nell’ambito di un “ultimo assalto al castello”, quello realizzato dai cittadini stessi dopo l’acquisto del castello da parte dell’amministrazione comunale di Nocera Inferiore nel 1971 con il sindaco Arcadio Siciliano.

Attualmente, il maniero è di proprietà del Comune della Città di Nocera Inferiore.